Dark Store e Cloud Kitchen, strizzano l’occhio al franchising

Il delivery sta cambiando il volto di interi comparti e anche il franchising non è esente da questo cambaimento: dark store e cloud kitchen, di cui racconterò dettagli nel corso di questo articolo, stanno aprendo nuove opportunità per gli imprenditori più attenti e curiosi.

I dark store per competere con Amazon

La sfida che il delivery ha lanciato ai franchisor è accorciare il più possibile i tempi dall’acquisto online alla consegna. Siamo ufficialmente entrati nell’era del “quick commerce”, ovvero riuscire ad arrivare ai consumatori più velocemente possibile anche dopo un ora dopo l’acquisto online.

Come è possibile? Una strada già intrapresa da diversi player nel mondo del delivery (vedi Glovo, Delivery Hero ecc.) è quello di servirsi di dark store, ovvero di negozi che fungono semplicemente da luogo di stoccaggio merci, per dirla semplice magazzini, sparsi in diversi punti della città, per avvicinarsi il più possibile ai consumatori. Per riuscirci, i grandi player del delivery che ho citato hanno stretto accordi con società immobiliari. Un esempio è l’accordo di Glovo con Stoneweg, gruppo immobiliare che acquista negozi, i tanti falliti purtroppo a causa Covid 19, per riconvertirli in dark store. Anche un altro player mondiale nel delivery, come  la società tedesca Delivery Hero, fa uso di dark store. I suoi Dmarts, acronimo che sta per delivery-only local warehouses, consentono al brand di consegnare in alcune città prodotti in poco meno di 20 minuti.

D’altronde il problema della riconversione dei locali commerciali sul mercato è una delle maggiori preoccupazioni nel real estate oggi: secondo dati Istat (a dicembre 2020) sono 17mila le imprese, chiuse causa Covid, che non riapriranno, di cui l’85% sono proprio microimprese (attività sportive o di intrattenimento, servizi alberghieri e ricettivi, ristoranti e commercio al dettaglio).

Anche questo fenomeno che non è solo italiano, come puoi immaginare, ha dato spinta a alcuni imprenditori a dedicarsi al business dei dark store: come la società turca Getir che fornisce esclusivamente spazi a terzi nei negozi di sua proprietà.  Per i franchisor sono tante le opportunità: creare brand di dark store come ha fatto Getir, stringere partnership con società immobiliari, come Glovo, oppure fare accordi con negozi ancora in attività, come farmacie o store di elettronica, per stoccare la propria merce.

Per i franchisor sono tante le opportunità: puntare a strategie digitali poderose e poi mettere in rete magazzini come ha fatto Getir,  superando la logica dei negozi allestiti e in location visibili e costose.  

La cucina si fa in coworking

Altro trend a cui i franchisor e aspiranti ali devono prestare attenzione, quelli nello specifico che operano nel food, è relativo alle cloud kitchen. Cosa sono in sostanza? Devi immaginarle come spazi di coworking, nei quali invece di condividere spazi per uffici, si mettono in comune le cucine.

Uno dei pionieri delle cloud kitchen è Travis Kalanick, un nome che probabilmente avrai già sentito legato a Uber, la sua prima creatura. Il brand sul quale ha investito parte della sua fortuna (130 milioni di dollari) si chiama proprio CloudKitchens.

D’altronde Kalanick ha avuto il fiuto di lanciarsi tra i primi in un mercato che secondo i dati divulgati da Pr Newswire è destinato a raggiungere un valore di 71,4 miliardi di dollari nel 2027, rispetto ai 43 miliardi del 2019.

Anche in Italia, abbiamo esempi di imprenditori che hanno saputo cavalcare il trend, come il Brand Kuiri. L’idea dell’azienda è di mettere insieme varietà gastronomiche, mettendo a disposizione cucine, tecnologie e servizi, da affittare per periodi medi o lunghi. I vantaggi sono evidenti, uno tra tutti la possibilità di dare avvio ad una start-up food con investimento quasi inesistenti.

Le catene di franchising provano a replicare il modello cloud kitchen anche al loro interno. A fare da apripista è stata la celebre catena Domino’s che sta rivoluzionando il suo business per rispondere alla crisi pandemica: pizzerie sempre più piccole, con meno spazio per mangiare in loco, e una scelta delle location che non ricade su costose vie pedonali, ma sulle strade migliori per favorire il delivery.